Dipendenza Affettiva: si può morire per amore?

 

di

Maria Mastrorilli, collaboratrice del blog (articoli e social)

 

 

L’amore nelle sue diverse forme di attaccamento e nelle sue manifestazioni più positive e più sane, rappresenta un naturale e profondo bisogno di ogni essere umano. Quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” o ancor peggio “dolorosa ossessione” in sui si altera quel processo di “dare” e “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a divenire una vera e propria “dipendenza affettiva”, un disagio psicologico che è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona, ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali. La DIPENDENZA AFFETTIVA (DA)è una modalità patologica di vivere la relazione, in cui la persona dipendente arriva a negare i propri bisogni ed a rinunciare al proprio spazio vitale pur di non perdere il partner, considerandolo unica e sola fonte di gratificazione nonché fondamentale fonte di “amore” e cura. Il punto tuttavia è che spesso questi partner non sono affatto gratificanti ma, al contrario, si tratta di persone con le quali si instaura una relazione insoddisfacente, infelice e dolorosa. Il dipendente affettivo infatti prova un tale bisogno, assoluto e ossessivo, di rassicurazione e di certezze da indurre una sorta di “perdita dell’Io” ed una condizione in cui l’altro rappresenta il solo elemento di ebbrezza e di gratificazione possibile. La DA fa parte delle cosiddette “New Addictions”, quelle forme di DIPENDENZE COMPORTAMENTALI,poiché non vedono coinvolta alcuna sostanza chimica (come alcol o sostanze di abuso): l’oggetto di queste dipendenze infatti è un comportamento (o una persona nel caso della DA) o un’attività lecita e socialmente accettata. La DA (Love Addiction) sembra una patologia declinata soprattutto al femminile e coinvolgente maggiormente le donne: il 99% dei soggetti dipendenti affettivi è di sesso femminile, con fascia di età variabile dalla post-adolescenza (età dai 20 ai 27) fino all’età adulta delle donne con figli. Nonostante la diversità di età, alcuni specifici elementi accomunano tutte queste donne: si tratta di donne fragili; bisognose di conferme;con una scarsa autostima;terrorizzate dal fantasma dell’abbandono; tendenti alla iperresponsabilizzazione; provenienti da famiglie problematiche(abusi sessuali, maltrattamenti fisici o psicologici, storia di alcolismo, bulimia o altre dipendenze nei genitori) nelle quali sono cresciute sviluppando un profondo e radicato vissuto di inadeguatezza ed indegnità personale. La DA si accompagna frequentemente ad altre condizioni di sofferenza psicologica: Disturbo Post-Traumatico da Stress conseguente ad abusi sessuali con manifestazioni quali incubi notturni, attacchi di panico, sintomi dissociativi, perdita di concentrazione e vuoti di memoria, distimia. Altre forme di dipendenza: ad esempio quella da cibo, sesso, gioco d’azzardo, sostanze o attività fisica; Disturbo Ossessivo Compulsivo; disturbi d’ansia. È possibile uscire dalla dipendenza affettiva, ma per farlo occorre andare alla scoperta di sé stessi, della propria identità e dei propri bisogni. Occorre imparare ad amarsi, e costruire una propria dimensione individuale ben distinta da quella dell’altro. Questa è la base imprescindibile per stare bene con sé e con gli altri, e per poter costruire un rapporto di coppia sano e basato sull’uguaglianza. È infatti illusorio pensare di poter trovare all’esterno quello che ci manca!. Il dipendente affettivocerca con ostinazione amore dagli altri, ma questa spirale di sofferenza può finalmente essere spezzata cercando innanzitutto la propria identità, per non rischiare di fondersi con l’altro e di perdersi definitivamente. L’amore sano è tra due persone, tra due cuori che crescono assieme e danno ognuno un proprio contributo al rapporto!. Nella dipendenza invece ci sono due individui che in realtà finiscono per fondersi e uno dei due per scomparire, come se non avesse diritto di esistere. Questo tipo di amore non può funzionare ma genera solo grande sofferenza!. È consigliabile ricorrere all’aiuto di un professionistache ci possa lentamente e delicatamente accompagnare lungo questo percorso di conoscenza e cambiamento radicale.

Dott.ssa Maria Mastrorilli, Educatrice professionale socio-pedagogica

BIBLIOGRAFIA E WEBGRAFIA:

“La dipendenza affettiva. Ma si può morire anche d’amore?”Cesare Guerreschi. Franco Angeli. 2011.

Dott.ssa Annalisa Barbier “La dipendenza affettiva: sintomi, origine e trattamento” https://www.psicoterapiapersona.it/dipendenza-affettiva/consultato in data 09/08/2018

Dott.ssa Monia Ferretti “Amore e dipendenza affettiva: come riconoscerla e superarla”http://www.eticamente.net/46025/dipendenza-affettiva-come-uscirne.htmlconsultato in data 09/08/2018

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La scrittura terapeutica

 

Propongo il penultimo articolo prima delle festività del concorso “Blogger Per Un Giorno” relativo alla scrittura come  terapia della dot.sa Sonia Scarpante

 

 

Ho imparato in questi anni, attraverso la scrittura, ad affrontare me stessa.
La scrittura mi ha salvata come uso dire durante i Convegni in cui sono invitata ad intervenire come testimone e docente di corsi di scrittura terapeutica.

Perché parlo di Scrittura terapeutica? Quali motivazioni mi spingono a farlo?

Parlo di scrittura terapeutica perché il mio inizio di vita nuova, parte proprio dalla mia autobiografia “Lettere ad un interlocutore reale“. Il mio senso , attraverso cui ho imparato molte cose della vita.

Che cosa mi ha insegnato quel viaggio autobiografico?

Che la scrittura è veramente un mezzo potente, un aiuto fondamentale per chi è alla ricerca di un miglior equilibrio interiore.

La chiamo terapeutica perché attraverso il lavorio continuo di una scrittura salvifica, si evince quanto essa ci possa aiutare nell’elaborare anche la sofferenza più acuta, a superare traumi di cui molti di noi portano sul proprio corpo stigmate evidenti, a sciogliere nodi, a risolvere fragilità affettive. A vincere vecchi sensi di colpa.

Grazie alla scrittura ho imparato a confrontarmi con la faccia poliedrica di ciò che ognuno di noi chiama il suo “me stesso”; ho imparato a recuperare un mio senso; ho imparato a vedere nelle mie emozioni dando loro parola. Senza temere.

La scrittura terapeutica, intesa come ricerca individuale e pratica, incrementa le forze legate all’interiorità e in tal senso migliora la qualità della nostra vita.

Ancora, la scrittura terapeutica può essere considerata uno degli strumenti conoscitivi, non ultimo e nemmeno risolutivo, ma confacente al soggetto che ad essa si rivolge per attingere e imparare a sostenersi.

Nel lavoro prima individuale e poi collettivo, che la scrittura può sviluppare, matura una predisposizione più marcata verso chi sta raccontando di sé, un’attenzione più sentita, un senso nuovo della vita altrui e della nostra dove la fiducia diviene elemento dominante, amalgama di sostanziale forza che aiuta a stemperare le complesse vicissitudini dei vissuti.

La scrittura come analisi del sé nasce quindi da un mio primo lavoro autobiografico pubblicato nel 2003; lavoro faticoso ed alquanto efficace dove la scrittura compulsiva dettava le sue regole in un ritmo incalzante dove la penna era mal sincronizzata sui tempi della mente. Quella scrittura iniziale ha stimolato l’auto-analisi da cui sono affiorate riflessioni di grande interesse cognitivo-emotivo.

Attraverso la narrazione autobiografica ho imparato a svelare me stessa nelle diverse sfaccettature che mi compongono, ho imparato a sanare le relazioni affettive, a sciogliere pericolosi nodi esistenziali, a dare voce e a risolvere anche sensi di colpa, a riconciliarmi con quegli eventi difficili che nella mia vita si erano assopiti e depositati nei meandri della memoria.

In questo lavoro di scavo sono essenziali due peculiarità, che unite insieme ci saranno di aiuto per imparare ad elaborare e discernere; per questo tragitto della conoscenza bisogna nutrirsi di coraggio nel rivedere e nell’analizzare se stessi e di fiducia in ciò che andiamo a costruire.

La scrittura terapeutica è un viaggio introspettivo forte e impegnativo in grado di offrire nuove possibilità per ascoltarsi e conoscersi meglio, un viaggio che ci porta su strade nuove e opportunità inimmaginabili.

Durante questo tragitto introspettivo si impara a parlare di emozioni e sentimenti senza sentirsi giudicati, a riconoscere nella storia dell’altro analogie con la propria, a condividere una sofferenza e a diventarne più consapevoli. La possibilità di scrivere su di sé e rivedersi da prospettive differenti anche grazie allo scambio degli altri partecipanti e ai rimandi del conduttore sfocia in una sensazione di benessere psicofisico che risveglia risorse personali fino a prima dimenticate o nascoste.

Il percorso con la scrittura terapeutica finalizzato ad un percorso di crescita personale e di autodeterminazione prende vita all’interno di un gruppo, in cui ogni partecipante invitato a scrivere di volta in volta lettere, tra le quali la prima è indirizzata a se stessi (metodologia pratica che fa riferimento al testo: Parole evolute. Esperienze e tecniche di scrittura terapeutica. Edi Science).

Seguono poi lettere intitolate ai nostri interlocutori e a familiari, nonché lettere incentrate su emozioni e paure o su altre situazioni specifiche con cui ci troviamo spesso a fare i conti.

Il primo importantissimo passo da fare è accettare se stessi, perdonarsi e amarsi. In questa chiave, la scrittura terapeutica è una disciplina introspettiva tendente all’autocura per quella componente di antidepressione ed antistress che contiene.

Tale metodo di scrittura in campo medico viene definito come “terapia coadiuvante” da prescrivere accanto a quella farmacologica per il valido aiuto psicologico che fornisce al paziente. Il termine stesso di “medicina narrativa” della parola scritta come farmaco utile, della scrittura come cura, trova sempre più ampia diffusione in quanto materia di confronto ed incontro tra saperi e competenze convergenti sul soggetto.

I benefici individuali dati da questo “operare con la scrittura” compiuti singolarmente hanno una felice corrispondenza nella condivisione collettiva della lettura: qui i racconti sono liberi da ogni pregiudizio e trovano nel senso di partecipazione e nella naturale accoglienza del gruppo, un motivo in più per rafforzare la volontà di cambiamento della persona nel suo contesto di vita.

La scrittura, dando materialità all’inesistente, quindi, permette di sentirsi e vedersi attori di un’altra realtà.
Da qui l’importanza psicologica che la scrittura riveste nel nostro modo di prefigurare il cambiamento, di darci una nuova immagine di noi stessi, di prevedere per noi un “io autentico”, tutto da scoprire e da ricostruire.

Possiamo affermare che la scrittura rappresenti una forma di emancipazione, un serio contributo per costruire un domani di persone più appagate e consapevoli.

Può la Scrittura Terapeutica svilupparsi in Scrittura performativa? Perché possa avvenire questa evoluzione quali aspetti non devono essere tralasciati?

Il lavoro di scavo nelle memorie genitoriali ad esempio è di fondamentale importanza, il tema della casa della propria identità, il legame con i figli, con il proprio compagno, scavare all’interno dei propri sogni ma anche e soprattutto delle proprie resistenze, delle fatiche che si manifestano in stili ripetitivi, ma anche scritture che ci permettano di sviluppare una certa analisi di sé attraverso libere associazioni identificandosi in un elemento naturale, in un oggetto, o in un viaggio. Tutto questo fa sì che la scrittura da terapeutica possa trasformarsi in performativa…

Come scrivo nel mio testo Parole evolute. Esperienze e tecniche di scrittura terapeutica…

So quanto la riflessione scritta su questa tematica possa costare in termini emotivi e di introspezione, ma conosco bene, per averli vissuti in prima persona, anche i benefici cui permette di arrivare, una volta trovato il coraggio di affondare il bisturi nella ferita e di cauterizzarla con l’aiuto della parola scritta…

Volantino Ufficiale clicca qui sotto!

VOLANTINO LA CURA DI SE A5 (3)

Sonia Scarpante, scrittrice e docente di corsi di scrittura terapeutica

Email: scarpante.sonia@gmail.com

Website: www.lacuradise.it

CRAZY FOR FOOTBALL di Volfango De Biasi Recensione film Antonella Montesi

di Antonella Montesi

SKYDANCERS e RAICINEMA

presentano

 

CRAZY FOR FOOTBALL

di Volfango De Biasi

 

una distribuzione

Luce Cinecittà

 

Uscita evento: 20 febbraio 2017

In programmazione dal 23 febbraio 2017

 

 

Un gruppo di pazienti, alcuni molto giovani, che arrivano dai dipartimenti di salute mentale di tutta Italia.

Uno psichiatra, Santo Rullo, come direttore sportivo.

Un ex giocatore di calcio a 5, Enrico Zanchini, per allenatore.

Un campione del mondo di pugilato, Vincenzo Cantatore, a fare da preparatore atletico.

Sono questi i protagonisti di Crazy for Football, il docufilm sulla prima nazionale italiana di “calcetto” che concorre ai mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka.

Un viaggio dall’Italia al Giappone.

Si comincia con le prove di selezione per definire la rosa dei 12 che poi parteciperanno al ritiro, approdando finalmente al torneo più ambito, i campionati mondiali.

Ma a fare da filo conduttore un altro viaggio, più profondo, attraverso le rapide della coscienza di chi ha conosciuto lo smarrimento della malattia psichiatrica.

Un percorso in bilico fra sanità e follia che appartiene a tutti noi.

Un film dove i protagonisti sono i giocatori e non la loro malattia, con l’intenzione di combattere i pregiudizi che circondano chi soffre di disagio mentale. Il movimento come antidoto alla staticità, il calcio quindi come terapia salvifica, come condizione che fa sentire tutti uguali.

 

“Ho scelto di fare questo film perché per me rappresenta un impegno umano, civile e personale. Desidero affrontare insieme ai protagonisti, proprio come una squadra e con leggerezza, un tema che reputo importante: l’idea che il calcio possa guarire e a volte persino salvare la vita, restituire la speranza e la voglia di sognare”.

Una storia che vuole essere raccontata col carattere leggero e buffo delle storie di sport e commedia. Perché non è affatto detto che per fare sociale si debba mettere in mostra unicamente il tragico e rimestare nel senso di colpa collettivo. La coscienza del sociale può anche attivarsi aiutando ad aprire gli occhi su qualcosa che si conosce poco, e facendolo anche attraverso il sorriso. E perché no, tifando per i nostri eroi, matti per il calcio, impegnati in una magnifica avventura di sport.

Volfango De Biasi, regista

 

L’incontro sul campo di gioco garantisce un riavvicinamento tra il paziente e il suo quartiere, abbattendo le differenze tra i ‘sani’ e i ‘malati’. E, al contempo, il campo di calcio diventa il luogo in cui il paziente compie il primo passo nel ricominciare a vivere con gli altri. Persone che in qualche modo hanno smesso di rispettare le regole fuori dal campo, riescono però con facilità a seguire e accettare le regole del calcio, e questo apre spesso la strada a un completo recupero sociale. Vedremo accadere miracoli: persone che hanno la fobia del contatto con gli altri che si sciolgono nell’abbraccio dei compagni. Possiamo tutti vivere un momento di difficoltà profonda che fa perdere l’orientamento dei nostri comportamenti e delle nostre emozioni. Abbiamo il dovere di dire a tutti che, nel momento in cui arriva la difficoltà, è importante continuare a coltivare le nostre passioni – andare al cinema, fare sport – tutte cose che proteggono la nostra salute mentale, perché nel momento in cui le interrompiamo ci isoliamo dal mondo e questo diventa pericoloso”.

Santo Rullo, Presidente dell’Associazione Italiana di Psichiatria Sociale

 

“Anche se lo psichiatra Santo Rullo mi diceva che siamo tutti un po’ matti, che a tanti di noi, considerati “normali”, in realtà manca solo una diagnosi scritta su un certificato, anche se mi parlava di questo “stigma” e di come vada combattuto, io mi aspettavo difficoltà superiori e diverse rispetto a quelle di una squadra e di uno spogliatoio composto da persone “sane”.

E’ qui che mi sbagliavo ed è qui che ora rischio di diventare retorico: ovviamente “sbrocchi” e sceneggiate ce ne sono stati, ma non superiori e non troppo diversi dai tanti che ho visto in tanti anni come giocatore, allenatore e dirigente.

Ho però trovato una determinazione, una disponibilità al sacrificio e all’apprendimento, una fame di campo e di affermazione che solo le squadre vere hanno, quelle che prima o poi ottengono i risultati, e vincono. E noi abbiamo vinto perché, tra mille difficoltà e in pochissimo tempo, siamo riusciti ad avere le due caratteristiche fondamentali per ogni squadra del mondo, almeno secondo il mio modesto parere: essere un gruppo e avere un’identità di gioco.

E’ per questo, oltre che per tutto ciò che mi hanno regalato a livello emotivo, che non ringrazierò mai abbastanza i “miei” ragazzi”.

Enrico Zanchini, allenatore

 

Li ho visti arrivare a Roma con patologie diverse, ragazzi insicuri che non credevano in se stessi, con scheletri chiusi nelle loro teste, paurosi di affrontare la vita. Grazie a questa esperienza tutti sono cambiati, hanno riacquistato la voglia di mettersi in gioco e di sfidare. Ora non sono più secondi a nessuno, non sono l’emarginazione di nessun tipo di società”.

Vincenzo Cantatore, preparatore atletico  ex campione del mondo di pugilato

 

 

Il film esordirà nei cinema con un’uscita evento il 20 febbraio 2017 e sarà poi in programmazione dal 23 febbraio nelle principali città italiane.

Considerata la giovane età di molti dei suoi protagonisti e il suo altissimo valore umano, civile ed educativo “Crazy for football”,  film riconosciuto di interesse culturale dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Direzione generale cinema e che ha il patrocinio della Federazione Italiana Giuoco Calcio, sarà disponibile anche per le scuole di tutta Italia dal 23 febbraio fino al termine dell’anno scolastico, con prenotazioni possibili sin d’ora.

I ragazzi saranno conquistati dai protagonisti che provano, come tantissimi di loro, una grande passione per il calcio. Li sentiranno vicini per le storie di vita narrate e avranno l’opportunità di interrogarsi su fragilità e sfide che spesso toccano anche la loro adolescenza, in una prospettiva di speranza, impegno, solidarietà, consapevolezza che vie di soluzione e guarigione possono essere trovate.

 

Clicca qui per scaricare il pressbook

 

Clicca qui per visionare il trailer

 

Il regista Volgango De Biasi racconta una scena di “Crazy for football”

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Speciale di Repubblica: “Il calcio è roba da matti: alla Festa di Roma una storia di coraggio e follia”

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Per info e prenotazioni di matinées nei cinema con biglietto ridotto per gli studenti:

 

Antonella Montesi

349/77.67.796

(dalle 15.00 alle 19.00)

antonella.montesi@yahoo.it

Violenza Negli Asili: La pedagogia a Tutela della scuola

bambini-maltrattati

IN questo articolo sempre del concorso “Blogger Per Un Giorno” della  dott.ssa Sonia Sellitto, pedagogista Apei (associazione pedagogisti ed educatori italiani) ci propone uno spaccato sempre più attuale della cronaca moderna.L’articolo quindi NON è scritto da me ma dalla dott.ssa Sellitto.

Qui sotto propongo l’intero articolo

                                                 La pedagogia a tutela della scuola

 

Ultimi giorni di vacanza, c’è nell’aria già l’ansia da rientro e si pensa al ritorno a scuola. Come non pensarci, poi, quando i negozi traboccano di materiale scolastico per tutti gli usi ed ‘abusi’. Ma quale scuola? La scuola di chi? La cronaca ci ha scosso anche quest’estate con notizie raccapriccianti di maltrattamenti avvenuti in un asilo nido di Milano. Il caso è uno dei tanti che si sono verificati durante l’anno e che hanno avuto come teatro, appunto, scuole d’infanzia, e come attori bambini piccoli, piccolissimi, da pochi mesi a due, massimo tre, anni. I media hanno parlato di calci, spintoni, morsi! In un scuola siciliana, mesi addietro, l’insegnante ha addirittura minacciato i suoi alunni perché mantenessero il silenzio su ciò che avveniva durante l’orario scolastico, pena, botte e percosse aggiuntive. Insomma, uno scenario terrificante, al quale dobbiamo porre riparo con interventi mirati su più fronti.

Ma cosa può scatenare tanta rabbia e violenza? Gli orari prolungati , il dover star dietro alle necessità (‘primarie’) di una platea massiccia ed esigente? Si tratta di bambini che non sono ancora autonomi, ricordiamolo, e che molto probabilmente richiedono un controllo ed un asservimento totali. Controllo ed asservimento che forse questi insegnanti non sono in grado di offrire loro. Forse per stanchezza, forse per frustrazione, o per scarsa vocazione, oserei dire, dal momento che anni fa, si diventava insegnanti per passione ( ma come si potrebbe altrimenti, dico io!) mentre adesso lo si fa per disperazione (non trovando altro, come se poi fosse facile!). Intanto basti pensare che, un tempo, si entrava nella Scuola per vocazione nel 90% dei casi, mentre al giorno d’oggi vi si approda nel 90% dei casi per convenienza o come “ultima spiaggia”.

Ad ogni modo, al di là dei sensazionalismi di alcuni media, credo che siano doverose alcune distinzioni. In primo luogo tra strutture pubbliche e strutture private. Nelle prime gli insegnanti sono comunque selezionati, nelle seconde non sempre. Molto spesso vengono arruolate persone assolutamente impreparate a gestire un’utenza simile, sovente senza titoli di studio appropriati, e sprovvisti di confacenti percorsi di tirocinio ed iter formativi.

Di recente al governo sono arrivate proposte di riforma del settore, al fine di fornire dei piani di regolamentazione che siano validi per tutti i nidi e, soprattutto, per riordinare il flusso di arruolamento del personale, che dovrà essere rigorosamente in possesso del titolo di studio specifico, ovvero la laurea in Scienze della formazione. Questa non è la soluzione , ma sicuramente un inizio ed una garanzia di professionalità. E credo che da qui sia giusto partire. Occorre poi valutare caso per caso. Si può passare dalla vera e propria violenza fisica e/o psicologica reiterata nel tempo(lascio immaginare i danni che questa può comportare su bambini così piccoli) a fenomeni che sono inquadrati legalmente come ‘abuso di mezzi di correzione’. Inoltre, è ugualmente importante capire in quale contesto culturale-ambientale è avvenuta la violenza. Spesso episodi e fenomeni del genere sono da ascriversi ad ambienti degradati, in cui la violenza è il solo mezzo ‘educativo’ disponibile. In tali contesti sarebbe opportuno effettuare interventi pedagogici attraverso i servizi sociali competenti. Ad ogni modo, in linea generale io sono da sempre convinta che nel reclutamento del personale docente ed educativo (ed anche dirigente) bisognerebbe tornare alle valutazioni psico/attitudinali che venivano eseguite ancora negli anni 70 del sec. scorso, dopo aver superato (serie) prove concorsuali ed altrettanto rigorosi accertamenti medici. Tanta scrupolosità potrebbe stupire chi è abituato alla leggerezza d’oggigiorno; a me sembra solo il giusto parametro di una cultura e di una società che, forse, attribuiva al ruolo (di educatore/insegnante) molta più importanza e prestigio di quanto non si faccia oggi. Capisco che non sia facile restare chiusi ore ed ore (giorni e giorni, anni ed anni, ahinoi!) in un’aula con 25/30 bambini da accudire e che magari richiedono, tutti insieme contemporaneamente, attenzione e cura, ma, se non ci si sente in grado di farlo, per motivazioni che non sta a noi giudicare, …, allora sarebbe preferibile astenersene, per rispetto dell’utenza e anche per un a forma di auto-tutela. Un’ultima nota in riguardo: cambiano i tempi ed oggi il lavoro docente ed educativo è usurante. A 60 anni, in una classe a sezione sovraffollata, potrebbe capitare a chiunque (ma per carità nessuno va giustificato!!!) di perdere la pazienza e il controllo e mollare un ceffone ad un moccioso. Si chiama stress (e c’è pure lo stress dell’educatore) e, quando raggiunge livelli elevati, può trasformarsi in una patologia. Quello che viene definito bornout. (bruciare). E’ la patologia in cui incorre chi si prende cura dell’altro per mestiere e arriva ad un certo punto in cui non riesce più ad affrontare lo stress in maniera costruttiva, ma, anzi, comincia a perdere il controllo e a non gestire più le situazioni, manifestando cedimenti fisici e comportamentali. Con questo non voglio giustificare i fatti incresciosi verificatisi di recente nelle scuole. Il mio vuol essere un invito alla riflessione oltre che un monito. Perché è un dato di fatto che una persona affetta da bornout non è assolutamente in grado di svolgere alcuna funzione, a maggior ragione prendersi cura di un individuo bisognoso di tutte le cure di questo mondo come può essere un bimbo piccolo. Una persona affetta da bornout non può badare nemmeno a se stessa. Cosa fare allora? Io ritengo sia indispensabile

sottoporre il personale docente a controlli di idoneità alla funzione. Inoltre, superata una certa età, dovrebbe essere fisiologico cambiare funzioni, pur rimanendo nella stessa amministrazione, valorizzando le esperienze a beneficio delle nuove generazioni di docenti. Solo in Italia si pretende che un docente rimanga in una classe sovraffollata fino alla pensione ; e l’età della pensione è stata pure elevata! In effetti l’Italia, in ambito europeo e internazionale, ha la classe docente più anziana. Con l’ultimo concorso farlocco questa età si è abbassata, ma comunque parliamo sempre di persone che entrano a tempo indeterminato (una volta si diceva ‘in ruolo’) a 40 anni! Per tornare alle patologie dell’educatore, dunque: chi sono questi educatori ‘patologici’? Uno studio sul bornout condotto dall’azienda sanitaria milanese ha rilevato che la categoria degli insegnanti è soggetta a patologia due volte più degli impiegati. Sembra, poi, che la platea maggiormente coinvolta sia quella femminile e il dato sale nelle donne in età perimenopausale e a menopausa conclamata, quando cioè le problematiche (ormonali) rendono difficile la gestione della propria vita, figuriamoci di quella altrui. E qui il controllo andrebbe fatto da parte dei dirigenti scolastici che dovrebbero intervenire per un duplice motivo: garantire l’utenza e tutelare il personale. Questo dovrebbe essere obbligatorio per legge secondo un decreto del ministero dell’istruzione del 1998! E cosa fare se nessuno si preoccupa di effettuare tali controlli? I genitori dei bambini coinvolti urlano alla videosorveglianza nelle aule, nelle scuole. A me non sembra una possibile soluzione. Il rapporto educativo formativo è un rapporto basato sulla fiducia reciproca (come non ricordare la figura del pedagogo di Rousseau) sulla stima e sul rispetto , ciò che verrebbe sicuramente inficiato da un sistema di videosorveglianza.

Una proposta interessante arriva, invece, dal mondo politico, che finalmente si interessa alle questioni educative, e precisamente dal PD. Il disegno di legge, denominato c2656 disciplina delle professioni di educatore e pedagogista, è attualmente al vaglio del senato e, se approvato, come si spera, conferirà un riconoscimento giuridico alla professione e quindi una sua proficua collocazione nei contesti di competenza, compresa ovviamente la scuola, dove andrà ad affiancare l’insegnante, per aiutarlo a far fronte a tutte quelle problematiche di stretta pertinenza pedagogica, fornendo ad essi un valido supporto. Inoltre presterà sostegno alle famiglie, attraverso incontri di consulenza pedagogica, e supporto agli studenti. Tutto ciò grazie anche al lavoro di sensibilizzazione svolto dal dr A. Prisciandaro, presidente Apei, che ormai da anni   sta apportando un validissimo contributo, unitamente   agli iscritti all’associazione, alla causa per il riconoscimento dei diritti di pedagogisti ed educatori. Diritti a vedere riconosciuta non solo la propria professionalità, ma l’inserimento in tutti quei settori di loro stretta competenza, e che vedono invece la presenza spesso spropositata di altri professionisti che non dovrebbero e non potrebbero intervenire perché privi delle peculiari competenze e conoscenze in quei determinati campi, esclusivo appannaggio dei pedagogisti.

Fonti

Dot.ssa Sellito Apei