Sostenere La genitorialità

Sempre più spesso i genitori e coloro che accudiscono i bambini sono fragili incapaci di compiere tale funzione perché nella nostra società esiste una massificazione dell’infanzia e della famiglia.

Timori, pericoli, paure e ansie sono all’ordine del giorno per i genitori, insegnanti ed educatori i quali non riescono ad osservare, a comprendere e a gestire i fanciulli.

L’ascolto e il dialogo vengono esclusi in favore di un laser faire generale “noi stiamo dalla parte dei nostri figli” il resto sono incompetenti e non ci capiscono! Questa è un po’ l’esortazione di fondo e la problematica dei nostri tempi.

L’insegnante e il professionista che si occupa di educare e istruire viene emarginato e odiato dagli adulti. Proprio per questo è nato questo materiale multimediale.

Sostenere la genitorialità è un kit educativo rivolto sopratutto ai genitori i quali vogliono implementare, correggere o ridurre alcuni comportamenti e inclinazioni della loro funzione genitoriale.

Il kit è composto da alcune immagini, schede e un dvd chiaro il quale guida il fruitore nell’utilizzo dello stesso. Importante è anche il piccolo manuale esplicativo incluso nel kit che presenta il corso e guida la famiglia alla comprensione dello stesso.

Le immagini rafforzano la rappresentazione e l’incontro nella relazione con il bambino e l’adulto mentre il dvd permette di rielaborare e comprendere le informazioni per i genitori.

Le diverse figure sono chiare e rappresentano la quotidianità della famiglia sia all’interno sia all’esterno. Il genitore e il bambino viene spronato attraverso le differenti attività ed esercizi i quali “mettono alla prova” non solo il figlio ma anche l’adulto.

Le raffigurazioni sono fondamentali per quanto riguarda l’aspetto affettivo, emotivo e cognitivo i quali medianti le stesse è possibile una rappresentazione di sé.

Il kit e rivolto ai bambini dagli 0-11 anni inclusi. Rafforza i legami, co-costruisce insieme agli adulti e al bambino la capacità di essere resiliente, di affrontare la vita, le difficoltà ma anche le paure.

A mio avviso è un valido strumento non solo di intervento ma anche di prevenzione e di aiuto per i neogenitori i quali per la prima volta si trovano ad educare il loro figlio.

E’ utile anche nella formazione dei genitori, nella formazione degli educatori e nei corsi di aggiornamento in particolare per quei operatori nei servizi per la famiglia e l’infanzia.

L’arteterapia come approccio educativo rivolto a tutte le fasce d’età

di Barbara Castellano, collaboratrice blog.

L’arteterapia è l’arte della narrazione cheogni persona intraprende per trovare la propria modalità per esprimersi artisticamente.

L’arteterapia significa terapia attraverso l’arte, ossia associa l’attività creativa con finalità estetica all’obiettivo di curare, di alleviare e di migliorare problemi, sintomi e malattie, è considerata un percorso di appoggio e di cura a livello psicologico e psicoterapeutico.

Essa è un recente campo di studi che si è sviluppato nei paesi anglosassoni (Usa e Inghilterra) verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, e ha trovato il suo primissimo impiego nella riabilitazione dei soldati che rientravano dal fronte di guerra, per aiutarli a superare i loro problemi psichici.

In Italia è approdata negli anni ’70, in particolare, quando c’è stato il mutamento dei servizi di Salute Mentale, determinato dalla riforma del Servizio del Sistema Nazionale Sanitario.

Attualmente l’arteterapia è considerata una tecnica di sviluppo personale, di autoconoscenza, e di espressione emotiva.

Sebbene gli effetti della contemplazione dell’arte sulla mente e sulla fisiologia umana fossero già noti agli antichi, solo in un momento successivo, grazie alla psicoanalisi freudiana dalla quale deriva ed alle esperienze della psicoterapia dinamica, l’arteterapia si sviluppò come una disciplina autonoma con un proprio carattere multidisciplinare e multiprofessionale.

Essa ha trovato un forte impulso negli studi americani, ed è stata definita dall’AATA(American Art Therapy Association) come una professione nell’ambito della salute mentale che usa il processo creativo per migliorare e risollevare il benessere fisico, mentale ed emotivo degli individui, a prescindere dalla loro età.

In questo modo, diventa fondamentale la credenza che il processo creativo e l’espressione artistica aiutino le persone a risolvere conflitti e problemi, a sviluppare le abilità interpersonali, a gestire i comportamenti, a ridurre lo stress, ad aumentare l’autostima e la coscienza di sé stessi, ed a raggiungere l’insight(introspezione).

La descrizione precedente è l’accezione psicologica ed analitica del processo dell’arteterapia. Ciò che conta è che si può inoltre usare questo percorso da un punto di vista socio-educativo ed esso è rivolto a tutte le fasce d’età.

Quando l’arteterapia è indirizzata ad essere un intervento socio-educativo, essa contribuisce a dare risposte alle necessità sociali o personali di ogni individuo coinvolto nel processo; attraverso le attività di ozio e di tempo libero per scoprire le potenzialità nascoste ed inoltre per appoggiare i processi di interazione sociale delle persone implicate.

Il ruolo professionale dell’arteterapeuta, in questo caso, è quello dell’istruttore- mediatore, che ha il compito di condurre il laboratorio-atelier, di organizzare lo spazio, e di controllare la presenza di tutto il materiale prima che arrivino gli utenti.

L’arteterapeuta dà l’’impostazione al laboratorio secondo il metodo scelto, con obiettivi di sviluppo socio-educativi distinti fra loro; accoglie le persone in un’atmosfera calma e tranquilla, nella quale mette a suo agio gli utenti, ed indirizza il lavoro artistico, in considerazione del gruppo di riferimento e delle problematiche presenti.

L’arteterapeuta pone la sua figura in maniera discreta, cercando nell’espressione artistica la vera fonte del cambiamento della persona, avviando il percorso su attività di tipo plastico, manuale, e di disegno.

Il mezzo che unisce le due parti (arteterapeuta-utente), coinvolte nel procedimento, si riferisce essenzialmente al prodotto artistico.

Il linguaggio usato è quello delle immagini o degli oggetti prodotti, finalizzati ad uno sviluppo comunitario o personale, all’integrazione sociale, ed alla ricreazione del singolo e del gruppo nel suo complesso.

Dott.ssa Barbara Castellano- insegnante, educatrice socio-pedagogica

Biografia e webgrafia:

Arieti S. (1979) – Creatività La sintesi magica -ed. Il Pensiero Scientifico1979

Dierssen, M. (2016) El cerebro artístico. La creatividad desde la neurociencia

Lopez Martinez, M.D. (2010) Arteterapia. Concepto y evolución histórica

Articolo diwww.ilgiardinodeilibri.it/speciali/arteterapia-come-funziona-e-in-cosa-consistedell’ottobre 2017

Recensione libro G.Stella: Tutta un’altra scuola

Stella,  autore del libro Tutta un’altra scuola propone un radicale cambiamento del sistema scolastico invitando a cambiare la didattica e le modalità di apprendimento.

La scuola secondo Stella deve cambiare ma deve cambiare sul serio a partire dalla formazione degli insegnanti a livello globale.

L’autore propone la metodologia della didattica rovesciata in cui l’insegnante o il docente guida, collabora e affianca gli studenti non ha un ruolo autoritario o autoreferenziale.

La parola degli studenti è fondamentale , l’ascolto, l’osservazione e la collaborazione applicando il cooperative Learning necessario per apprendere meglio e velocemente.

Secondo Stella è necessario anche cambiare le valutazioni non solo in termini numerici ma anche nelle modalità di valutazione.

Bisogna seguire il futuro e non rimanere ancorati al passato dice l’autore sopratutto per chi ha problemi di apprendimento ( BES, DSA, etc) questa scuola non permette loro di fare nulla o ben poco proprio in tal senso è necessario cambiare!.

L’insegnante deve comprendere l’allievo non deve valutare.

Per quanto riguarda le nuove tecnologie Stella è favorevole purché ci sia una guida da parte del docente formato all’utilizzo di tali strumentazioni.

L’ultimo di tali strumenti sviluppa e aiuta fortemente coloro che hanno determinate disabilita o difficoltà.

Possono quindi sollecitare, aumentare e migliorare le abilità e le capacità del bambino disabile.

In questo senso sono favorevole e il libro offre numerosi spunti in tal senso con esempi pratici di bambini seguiti dall’autore.

Il libro in sostanza si compone di una parte teorica  e una pratica costituita da esperienze, esempi e parole chiave importanti per capire la metodologia e il reale cambiamento che l’autore promuove.

Il libro non è lungo, è piacevole nella lettura, scorrevole e pratico. Da leggere non solo dagli insegnanti ma anche da educatori, pedagogisti e coloro che lavorano all’interno delle scuole.

 

 

 

Fonti:

G.Stella, Tutta un’altra scuola, Giunti, 2017

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LINK Amazon (sono affiliata)

https://amzn.to/2mh880L

Anime, manga e video- games:L’impatto sui bambini e le critiche della società

di

Dott.essa Maria Lucia Pipoli, educatrice

 

Anime, manga, videogiochi, sono dei prodotti mediatici, e come ogni prodotto mediatico vogliono sempre comunicarci qualcosa e spetta al pubblico captarne il messaggio. Ma come captiamo noi adulti questo messaggio? Perchè molti insegnanti, genitori, psicologi criticano aspramente il desiderio dei bambini di leggere un fumetto, guardare un cartoon o giocare ai video-games? Questi hobbies sono accusati di installare nel bambino aggressività, pigrizia nello svolgere i compiti di scuola, bullismo, e soprattutto di far scoprire troppo presto al bambino la sessualità e altri temi così forti. E così partono le censure, i tagli di scene, i capricci dei bambini che non capiscono perchè un genitore debba impedire di guardarsi un bel cartoon o giocare ai videogames. Ma chi siamo noi adulti per negare tutto questo ai bambini? Penso che siamo gli stessi che da piccoli amavano fare le stesse cose che fanno i bambini di oggi (parlo della generazione a partire dagli anni Settanta-Ottanta, fino alla mia generazione, gli anni Novanta, ma con una tecnologia molto meno avanzata), e cioè finire i compiti in fretta, e rilassarsi e divertirsi accendendo la tv o leggendo un bel fumetto. La rapida diffusione dei manga qui in Italia, a partire dagli anni 70’, a partire da “Il grande Mazinga”,seguito da generi per ragazzi e per ragazze, ha fatto sì che piovessero critiche e forti censure. Scene di lotta e sessualità e/o nudità, e ancora razzismo, schiavitù, competizione, bullismo, omosessualità parevano scioccare, e scioccano ancora oggi i genitori, gli psicologi, a tal punto che nelle edicole venivano venduti solo fumetti censurati e cartoons (cioè gli anime) tagliati in alcune scene. Chi non ricorda per esempio, “Dragon Ball” ,“Sailor Moon”,

“Doaremon”, “Georgie”, “One Piece”, “Naruto” ,“L’incantevole Creamy”, “Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo”, “Pokèmon”, “E’ quasi magia Johnny” “L’uomo Tigre” e persino “Ken il Guerriero”? Anime bellissimi, commoventi, pieni di tematiche forti, che hanno avuto ben presto reazioni forti e aspre critiche; Ken il guerriero, Naruto, One Piece e Dragon Ball e l’Uomo Tigre hanno troppa violenza, i Pokèmon hanno un qualcosa di satanico e malvagio; per finire Sailor Moon fu duramente attaccato da una psicologa che affermava quanto fosse sbagliato trattare la tematica dell’omosessualità, in quanto avrebbe messo confusione e dubbi nella testa di un adolescente in maniera precoce riguardo la propria sessualità e che le nudità che mostravano le guerriere durante le trasformazioni erano oscene. Molte critiche fatte a questi bellissimi anime derivavano però, anche dai “Creepy Pasta”, ovvero presunte storie d’orrore che riguardavano l’ossessione che alcuni bambini nutrivano per questi anime. Queste storie, probabilmente inventate,hanno influenzato l’opinione di molte persone; anche oggi l’atteggiamento di molti bambini e ragazzi, nei confronti dei videogames,ha fatto allarmare in maniera esagerata la società: in Giappone, per esempio si sono diffuse le generazioni  degli  “otaku” e “kawaii” e l’abitudine dei “cosplay”, cioè di travestirsi da personaggi di manga. L’”otaku” è un termine giapponese che indica una subcultura giapponese di appassionati, in maniera quasi ossessiva a manga, anime, video-games, fenomeno che si è diffuso anche in Occidente col termine di “nerd” oppure “geek”; i “kawaii” sono coloro che sono ossessionati dall’acquisto di oggetti morbidi, rotondeggianti, colorati in maniera tenua e soprattutto carini da guardare (kawaii significa carino, delizioso o amabile). Questo tipo di ossessioni sono un modo di essere, di rifugiarsi in un mondo interiore, che solo poche persone possono comprendere. Anche i videogiochi, ovunque siano ambientati, sono stati spesso oggetti di critiche; chi li considerava la causa della sedentarietà e obesità infantile, chi invece li considerava la causa dell’aggressività e bullismo e persino la causa del rendimento scolastico poco brillante. Nessuno però ha considerato anche l’aspetto positivo, il messaggio nascosto e l’effetto sui bambini. Alcune ricerche attuali, infatti, hanno considerato che alcuni tipi di videogiochi, per come sono impostati, possono favorire lo sviluppo dell’intelligenza e del ragionamento. Leggere i manga o guardare gli anime, possono invece, essere d’aiuto nella creatività, nella costruzione di temi, o persino nell’idea di cosa un bambino vorrebbe diventare da grande. L’elemento magico, l’eroe, la storia, lascia che i bambini e i ragazzi siano coinvolti in storie commoventi, con impatto positivo. Si dice spesso che i bambini abbiano una fantasia innata; ma ovviamente anche i cartoons hanno il loro effetto. Penso che questo aspetto sia sottovalutato da molti genitori, e anche da molti insegnanti; se il bambino ama leggere fumetti, sarebbe per esempio utile inserire nella biblioteca la sezione “fumetti”, per invogliare il bambino a leggere. Infine sarebbe utile che anche noi aduti, prima di giudicare quello che vedono i nostri bambini, dovremmo dare un’occhiata a questo mondo magico e stupendo, per ricordarci ogni tanto che anche noi siamo stati bambini.

 

 

 

Dott.essa Maria Lucia Pipoli, educatrice.

 

 

La Violenza assistita intrafamiliare: Le conseguenze e le strategie di intervento

di
 Dott.ssa Maria Mastrorilli, Educatrice professionale socio-pedagogica

 

La violenza a cui i minori assistono tra le mura domestiche, continua a non essere considerata nella sua completa accezione. Frequentemente minimizzata, la violenza assistita si configura attraverso l’esperire nella quotidianità qualsiasi forma di maltrattamento perpetrata a danno di una figura di riferimento affettivamente significativa per il bambino. Il bambino coinvolto in questa spirale perversa, si trova a dover essere presente al reiterato svolgimento di episodi di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale perpetrata contro uno o più componenti della famiglia. Nello scenario coercitivo, i protagonisti sono generalmente due figure adulte: la madre vittima di violenza ed il coniuge o un partner aggressivo. I genitori sono i primi a sottovalutare i danni delle sopraffazioni a cui la prole assiste. Nei bambini si rimarcano progressivamente vissuti di impotenza e l’incapacità, propria della fase evolutiva, di comprendere i termini degli agiti adulti. Il senso di colpa li spinge a pensare di essere parte in causa del problema, non riescono a distinguere o comunque a cogliere le reali cause che fanno scaturire il litigio. Solitamente assumono atteggiamenti volti a tutelare e mantenere integre entrambe le figure genitoriali. Fra le mura domestiche questi bimbi sono molto taciturni, soprattutto in presenza della figura maltrattante: cercano di evitare di assumere qualsiasi atteggiamento che possa dar vita ad una lite. Durante i percorsi di crescita, l’infanzia sopraffatta da questa forma di crudele sofferenza, interiorizza un modello educativo permeato da stereotipi di genere, coltivando nel tempo e progressivamente la svalutazione della figura materna e il disprezzo verso le figure femminili o verso le persone percepite come più deboli. Studiando questa tipologia di afflizione infantile si rileva con ciclicità che, dopo la separazione dei genitori, nella prole, specialmente se in fase adolescenziale, aumentano i comportamenti violenti verso madre e fratelli. Compaiono disturbi dello sviluppo a livello emotivo e comportamentale come esiti dell’assimiliazione dei modelli trasmessi.

La mancanza di cure attente, proprie del nutrimento fisico e affettivo, non permette al bambino di sviluppare una base sicura (J. Bowlby) tanto da non sapere, in quanto per lui non esperibile, che gli altri lo aiuteranno quando ne avrà bisogno svilendo la fiducia in se stesso e nelle figure adulte ed in futuro nella società.

Contrastare l’autoreferenzialità adulta nei contesti preventivi, clinici, educativi e giuridici, costituisce la premessa fondamentale per chi si impegna e si pone in un’ottica di protezione e di cura dell’infanzia. Questo concetto include l’intero sistema sociale e culturale che è responsabile di ciò che sta accadendo, sempre con maggior frequenza, nei confronti di chi attraversa le fasi di sviluppo. Altra punteggiatura fondamentale: la famiglia non è a sua volta tutelata dalla violenza che ha oramai permeato parecchie mura domestiche fino a capovolgere interamente gli schemi attraverso  un modello culturale “atipico” oramai destrutturato, svilito, limitante e irrispettoso. In ambito di violenza, un altro elemento che ancora persiste nell’attuale prototipo culturale nei confronti dell’infanzia, riguarda l’ostinarsi nel dar priorità e, frequentemente, esclusività ai percorsi di ascolto dell’adulto offrendogli un credito quasi illimitato. Il bambino è lontano dall’aver la possibilità di giovarsi del proprio diritto di essere ascoltato e creduto; molto importante è a tal proposito il ruolo degli Operatori sociali nei confronti di donne e bambini che ogni giorno subiscono violenze. Cosa dovrebbe fare quindi un Operatore sociale? Rafforzare la consapevolezza. Ciò consente alle donne di rendersi più consapevoli del problema e di non sottovalutare la portata della violenza e i propri diritti. Gli operatori (in particolare lo Psicologo e l’Assistente sociale) possono aiutare la vittima a decidere se effettuare una denuncia e presentare un’istanza di protezione al giudice. Questa fase è molto delicata perché spesso è accompagnata da atteggiamenti ambivalenti, che oscillano tra l’esigenza di proteggersi e la volontà di tornare dal familiare violento, sperando che cambi. Accompagnare la persona nel percorso di denuncia. L’operatore affianca la persona con colloqui di sostegno; quindi accompagna la vittima agli uffici della questura e la affianca nelle fasi d’indagine. Progettazione del percorso successivo. Una volta che la vittima è in una condizione di sicurezza, l’operatore inizia a predisporre insieme a lei le condizioni per un progetto di cambiamento della sua situazione e di raggiungimento progressivo di una condizione di autonomia. La necessità di reperire risposte anche in situazioni di urgenza che coinvolgono le donne e i loro figli in situazioni di violenza e maltrattamento ha indotto sia i servizi sociali pubblici che le associazioni di volontariato a organizzare piccole strutture di pronto intervento. Le stesse associazioni, sia di tipo religioso sia di tipo laico, hanno dato vita a forme di aiuto diverse ma complementari: dai centri di ascolto come Telefono Rosa, linea telefonica ormai attiva su tutto il territorio nazionale che offre consulenza e orientamento alle donne che segnalano la propria condizione di donne maltrattate, a strutture di accoglienza vere e proprie. Tali strutture sono generalmente piccole comunità che accolgono 4/5 donne con i figli, o miniappartamenti in cui la donna può essere ospitata con i suoi bambini ed essere accompagnata, in parallelo, con interventi di sostegno non residenziali, ad esempio colloqui individuali e/o incontri di gruppo con altre persone che vivono una situazione analoga. Le diverse forme di accoglienza sono per lo più organizzate e gestite da cooperative sociali o da associazioni convenzionate con gli enti locali. L’accesso a tali strutture in genere è mediato dall’intervento dell’Assistente sociale, che elabora assieme alla donna il progetto di accoglienza. Tale progetto ha la finalità di raggiungere l’autonomia sociale ed economica; spesso si prevedono l’accompagnamento nella ricerca di un lavoro o nella scelta di un percorso formativo professionalizzante; un sostegno psicologico, ecc. Molto importante è anche il ruolo dell’Educatore professionale socio-pedagogico: gli educatori hanno infatti un ruolo molto importante nell’intenso percorso di aiuto e sostegno alle vittime di maltrattamento. L’educatore deve saper sciogliere i diversi nodi problematici connessi al complesso ascolto del minore/donna che subisce violenza e identificare gli strumenti sia personali che istituzionali che chi svolge un lavoro educativo può mettere in campo. L’educatore si cimenta nella difficile impresa di “curare” il minore o la donna che vivono situazioni di maltrattamento, offrendogli quindi sostegno e vicinanza. È fondamentale dunque:

  • Condurre i colloqui in un adeguato contesto che garantisca serenità e protezione.
  • Con tecniche non induttive o suggestive.
  • Preoccuparsi della salute psichica del bambino e della mamma e del grado di elaborazione del trauma.
  • Rispettare i tempi necessari all’elaborazione di tali esperienze drammatiche anche se possono risultare talora molto lunghi.

Ogni bambino assieme alla propria madre deve poter vivere serenamente, deve liberarsi dal terrore di continui abusi e maltrattamenti, deve poter contare su qualcuno che crede in lui e che non neghi mai il suo diritto di ESSERE BAMBINO.

 

AUTORE

Dott.ssa Maria Mastrorilli, Educatrice professionale socio-pedagogica

 

Bibliografia e Webgrafia:

Bowlby J., “Una base sicura; applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento”, Raffaello Cortina Ed. 1989.

Luberti R., Pedrocco Biancardi M. T., “La violenza assistita intrafamiliare”, Franco Angeli, Milano, 2005.

Malacrea M., “Il buon trattamento: un’alternativa multiforme al maltrattamento infantile”, in “Cittadini in crescita”. [rivista del Centro Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, n.1/2004].

Ricci M., “Bambini invisibili. La violenza assistita intrafamiliare”, in http://www.movimentoinfanzia.it/bambini-invisibili-la-violenza-assistita-intrafamiliare-2/, consultato in data 12/02/2018.

Saccani R., “Un educatore professionale per minori in stato di disagio”, in http://www.accaparlante.it/articolo/un-educatore-professionale-minori-situazione-di-disagio, consultato in data 12/02/2018.

http://www.lavorosociale.com/archivio/n/articolo/aiutare-chi-e-vittima-di-violenza-familiare, consultato in data 12/02/2018.