“Cosa significa essere educatrice di una sezione lattanti?”

Mi sono chiesta che senso avesse essere un’educatrice nella sezione lattanti, poiché quest’anno avrò per la terza volta il gruppo dei bambini più piccoli. E’ stato un periodo di grande riflessione e di messa in gioco per me stessa, perchè non volevo essere la copia delle esperienze precedenti. 

Anno scolastico nuovo, spazi nuovi, bambini nuovi ma “…io sono sempre la stessa, cosa posso offrire a chi inizia questo percorso?”. Ho cercato di lavorare prima di tutto su me stessa, sulle mie paure, su quello che provo quando lavoro, su quello che i bambini mi trasmettono. Essere educatrice significa mettersi in discussione, significa delineare la propria identità professionale e personale, significa esporsi con i propri ideali e valori.

Dopo le lauree la mia paura più grande era quella di perdere quei riferimenti e quell’esercizio mentale che l’università e la formazione mi hanno insegnato. 

Spesso questa professione viene svalutata dal senso comune che crede che basti “buon senso”, in realtà è un lavoro che richiede l’intreccio di più discipline e richiede una costante riflessione. Lavorare con i bambini piccoli mi ha fatto pensare a quanto sia rischioso cadere nella banalità e nella monotonia di pensare che siano una propensione/estensione di sé, che siano creature in condizione di inferiorità rischiando così di espropriarli della loro libertà di essere. I bambini piccoli suscitano emozioni e sentimenti di compassione, ma anche di stanchezza e alle volte nervosismo, per questo è necessario avere delle competenze tecniche che ti aiutino ad usare testa e cuore, senza mai puntare all’eccesso dell’uno o dell’altro. 

Con bambini così piccoli, come la sezione lattanti, il paradosso è quello che diventino “piccoli grandi”, con aspettative sia educative che familiari inadatte. Innanzitutto quando si inserisce un bambino al nido, si accoglie l’intero nucleo familiare, con il relativo bagaglio di esperienze, credenze, tradizioni e vissuti emotivi. 

E’ necessario assumere una visione entropatica, ovvero  la possibilità di partire dalla visione del mondo dell’altro come punto di partenza, non come orizzonte di senso o ridurre le distanze ma come possibilità di conoscere davvero l’altro. Si tratta di instaurare una relazione educativa volta all’altro, dove l’educatore deve pensare a individuare mediatori che permettano all’esperienza educativa di separarsi dal mondo della vita quotidiana per tornare ad essa in modo arricchito. Per realizzare ciò ho compreso quanto sia necessario un’attenzione e una cura dell’altro che non espropri l’altro da sé ma che lo aiuti a gestire le situazioni che si vengono a delineare.

L’educatore è un professionista, non tanto per titoli, quanto per professionalità e vocazione, che mette in atto un gesto di cura, il quale, a sua volta, chiede di fare da tramite perché l’educando si possa realizzare nella sua pienezza e profondità.Si distingue dalla cura parentale proprio perché non si agisce per tentativi o per errori, al contrario è richiesta progettazione e riflessione.  Si lavora anche sull’atteggiamento dato dalla pozione assimetrica che rimanda alla dimensione del “potere” caratterizzando così il lavoro educativo. Il potere non è inteso come coercitivo ma come possibilità di produrre effetti formativi sulla relazione educativa e quindi di lasciare segni. Ho compreso che l’educazione lavora su due prospettive: una di ordine diacronico che tiene conto dei passaggi storici e che crea una storia dell’educazione su idee pedagogiche e sulle strutture educative; l’altra invece è di tipo decostruttivo – sincronico e mette in luce gli elementi di discontinuità e di rottura che hanno avuto ricadute sulla pratica e la teoria, mettendo così in discussione i modelli impliciti. Non è facile essere educatori, non si lavora mai nella certezza, ma in un continuo movimento di ridefinizione perché l’altro è una continua risorsa in piena evoluzione. Essere educatrice in una sezione lattanti significa riconoscere quando l’attenzione del bambino è richiesta oppure è una gratifica dell’adulto, significa lasciare la libertà per esplorare pur rimanendo un punto sicuro e sempre attento, significa esserci sempre con testa, cuore e corpo, significa essere con e per loro. Non è sempre facile essere un’educatrice e pedagogista, alle volte richiede fatica, non tutti i giorni sono uguali e gli umori di bambini, genitori ed educatrici cambiano. 

La mia bussola per non essere mai scontata, mai banale ne ripetitiva è aver chiaro che l’educatore non sia esecutore di compiti già dati ma il suo lavoro oscilli costantemente tra pratica e teoria. 

Essere ancora una volta educatrice della sezione lattanti non ripetitiva e scontata per me significa lavorare sull’aspetto di cura nella relazione che non è solo un momento circoscritto al bisogno effettivo ma permanga in tutto il  percorso della relazione educativa, lavorare aver cura di sé (nell’esperienza dell’educatore) lavorando sul proprio percorso, sul proprio bagaglio, sul fenomeno del rispecchiamento,avere uno sguardo attento, capace di cogliere le sfumature. Per me, è essere consapevoli che non si è solo osservatori ma si è sottoposti a nostra volta allo sguardo dell’altro, sia come esso educando, genitore o equipe. A tal propio significa ricordare di non essere mai soli, ma membri e parte di un ’équipe, dove affrontare le paure, le problematiche, il senso di vuoto e silenzio. Riconoscere all’équipe non solo una dimensione istituzionale ma un vero e proprio modo di affrontare il lavoro educativo, creando mediazioni, riconoscendo le diversità e le competenze di ciascun membro. 

Potrei dire che essere educatrice nella sezione lattanti vuol dire essere sempre pronti a migliorarsi, a stupirsi e a stupire, conoscere e conoscersi.

di

Giulia Mero

Pedagogista ed educatrice

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